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Cime Tempestose: Repressione, Ossessione e Pulsioni Kitsch

  • 20 feb
  • Tempo di lettura: 5 min

Ci è piaciuto. E sì, non abbiamo letto il romanzo di Emily Brontë.


Forse dovremmo. Forse no. Perché a volte è necessario imparare a guardare un film come un organismo autonomo, lasciarlo esistere nel proprio tempo, senza chiedergli continuamente conto di una fedeltà che non ha mai promesso. Il confronto con il testo letterario è inevitabile, ma può diventare anche una trappola: ci costringe a cercare corrispondenze invece di interrogarci su ciò che l’opera cinematografica sta realmente facendo, qui e ora.


Cime Tempestose: Repressione, Ossessione e Pulsioni Kitsch

E questo film - firmato da Emerald Fennell, già regista di Saltburn - non ha mai voluto essere rassicurante. Lo si capisce immediatamente dal tono volutamente kitsch, dalla copertina che sembra quasi un manifesto pop decadente, dal font dichiaratamente artificiale, dai colori saturissimi che divorano la brughiera invece di sublimarla in un romanticismo nebbioso.


Non è un adattamento devoto: è un gesto. Un’operazione dichiaratamente contemporanea su un materiale ottocentesco che viene riletto, spinto, forzato fino a far emergere ciò che allora poteva solo essere suggerito.


L’adattamento come tradimento consapevole

Nel 1847, quando il romanzo viene pubblicato sotto lo pseudonimo Ellis Bell, è percepito come scandaloso. Non tanto per ciò che mostra - quasi nulla è esplicito - ma per la violenza emotiva che contiene, per la radicalità con cui mette in scena un amore che non è edificante né moralmente esemplare.


La brughiera non è solo un paesaggio: è un’estensione psichica, un territorio emotivo. È vento, isolamento, ferocia primordiale. Heathcliff non è un eroe romantico nel senso rassicurante del termine: è un corpo estraneo, un figlio adottivo di origine oscura, forse rom, forse irlandese, forse semplicemente “altro”, e dunque sempre sospetto.

Il libro costruisce la sua forza attraverso la repressione: tutto è trattenuto, mediato dal decoro sociale vittoriano, incanalato in strutture narrative che cercano di contenere l’eccesso.


Cime Tempestose: Repressione, Ossessione e Pulsioni Kitsch

Cime tempestose compie l’operazione opposta. Non tenta di rispettare quella gabbia: la espone, la mette in scena, la rende visibile come dispositivo. In questo senso il tradimento diventa atto critico. L’adattamento non vuole trasporre fedelmente, ma tradurre un’energia latente in un linguaggio visivo che appartiene al nostro presente, interrogando la possibilità stessa di essere “fedeli” a un testo nato in un altro regime culturale.


Il kitsch come strategia estetica

Il tono volutamente kitsch, i colori saturissimi, l’eccesso formale, la costruzione quasi artificiale dell’immagine non sono scelte superficiali. Sono una dichiarazione di poetica.


Così come in Saltburn l’opulenza diventava linguaggio del desiderio e della classe, qui la saturazione cromatica diventa linguaggio della pulsione. La brughiera non è più grigia e romantica: è violenta, quasi febbrile, attraversata da un’intensità che non cerca il naturalismo ma l’impatto.


Cime Tempestose: Repressione, Ossessione e Pulsioni Kitsch

Il melodramma, per sua natura, vive di eccesso: di emozioni troppo grandi per essere contenute in una forma sociale stabile. In questa prospettiva, il kitsch non è sinonimo di cattivo gusto, ma di sovraesposizione del sentimento. È come se il film rifiutasse qualsiasi tentativo di sobrietà per restituire l’amore tra Heathcliff e Catherine nella sua dimensione più disturbante e incontrollabile.


Sessualità: dal non detto alla dichiarazione

Nel romanzo, tutto deve essere represso. Il desiderio è una corrente sotterranea, la sessualità un’ombra che attraversa le pagine senza mai diventare pienamente visibile. La passione è una forza distruttiva proprio perché non può trovare espressione diretta.


Qui, invece, il desiderio è nominato. Pronunciato. Reso esplicito, spesso più attraverso le parole che attraverso le immagini. È una scelta interessante: la carica erotica del film non si affida soltanto alla rappresentazione dei corpi, ma alla verbalizzazione della fame, alla dichiarazione insistita di ciò che si vuole. Heathcliff e Catherine non sono soltanto anime gemelle in senso metafisico: sono corpi che si reclamano, che riconoscono nell’altro una parte irrinunciabile di sé. In un contesto narrativo che storicamente imponeva silenzio e autocontrollo, il film sceglie di far parlare il desiderio, quasi a voler compensare secoli di allusione.


Cime Tempestose: Repressione, Ossessione e Pulsioni Kitsch

La domanda che emerge è inevitabilmente contemporanea: oggi che possiamo nominare ciò che prima era proibito, siamo davvero più liberi, o semplicemente più esposti?


L’impiccagione: eros e morte

L’inizio è un manifesto teorico prima ancora che narrativo. Un’impiccagione. Un uomo che, mentre muore, ha un’erezione.


Un’immagine disturbante, volutamente eccessiva, quasi scandalosa. Ma proprio per questo carica di significato. È come se il film condensasse fin da subito il proprio discorso: solo nella morte si è liberi dalle convenzioni sociali, solo quando il corpo sta per spegnersi può tradire, senza più conseguenze, ciò che ha sempre trattenuto. La sessualità emerge nel momento in cui tutto il resto cessa. È un paradosso crudele: la libertà arriva quando non c’è più tempo per esercitarla. Eros e Thanatos - pulsione di vita e pulsione di morte - si sovrappongono fino a confondersi.


L’immagine suggerisce che la società disciplina i corpi, li educa, li addestra alla compostezza. E solo nell’uscita definitiva dal sistema si manifesta ciò che era rimasto nascosto. Ma quella manifestazione è sterile, perché non può tradursi in esperienza. È libertà senza possibilità.


La trama: amore, classe, autodistruzione

La trama rimane quella essenziale e tragica: l’amore viscerale tra Heathcliff e Catherine, cresciuti insieme nella brughiera, legati da un’identificazione quasi patologica - “Io sono Heathcliff”, dice lei - e poi separati dalle ambizioni sociali, dalle differenze di classe, dall’impossibilità di trasformare una fusione infantile in un’unione adulta riconosciuta.


Heathcliff è l’estraneo, l’orfano, il corpo non educato che non possiede né nome né lignaggio. Catherine è il desiderio che aspira all’elevazione sociale, ma senza riuscire a rinunciare alla propria parte selvaggia. Quando sceglie di sposare Edgar per convenienza, il gesto non appare come semplice tradimento romantico, ma come un atto di auto-censura: Catherine tenta di amputare la parte più irregolare di sé per essere accettata.


Cime Tempestose: Repressione, Ossessione e Pulsioni Kitsch

Heathcliff, invece, trasforma il rifiuto in progetto di vendetta. Accumula denaro, status, potere non per integrarsi ma per distruggere dall’interno l’ordine che lo ha escluso. L’amore, in questa prospettiva, non è salvifico ma corrosivo: è una forza che, non trovando spazio nel mondo, si converte in ossessione.


Contemporaneità: perché ci riguarda

È qui che l’operazione diventa realmente interessante. In un’epoca in cui il discorso pubblico sulla sessualità sembra più libero ma resta attraversato da norme invisibili e aspettative sociali sofisticate, il film suggerisce che la repressione non è scomparsa: ha semplicemente cambiato forma.


L’enfasi sul desiderio, l’estetica spinta fino al limite del kitsch, la scelta di rendere esplicito ciò che prima era allusivo non sono solo provocazioni stilistiche, ma strumenti per farci percepire l’attrito tra ciò che vogliamo e ciò che possiamo permetterci di essere.


Ci parla del desiderio che non si lascia addomesticare. Ci parla della violenza implicita nel dover scegliere tra appartenenza sociale e autenticità emotiva. Ci parla del prezzo che paghiamo quando decidiamo di essere accettabili invece che veri.

E soprattutto ci ricorda che la passione, quando non trova spazio nel mondo, non si spegne. Si trasforma. In ossessione, in rancore, in fantasma.


E i fantasmi non appartengono mai soltanto al passato. Sono la parte di noi che non abbiamo avuto il coraggio di vivere - e che continua, ostinatamente, a bussare.

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