N°1 La condanna (s)velata della censura in Italia: l’opacità del reale
- Livia Inzaina
- 29 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Perché la censura oggi - il potere dell’immagine
Fin dalle sue origini, l’esperienza cinematografica è attrazione. L’impatto sensoriale del cinema dà nuova forma all’esperienza dello spettatore, riconfigurandone la percezione. Sorge, come ha scritto Benjamin, una nuova regione della coscienza: un potente cambiamento non solo culturale, con i suoi rilevanti effetti sociali e politici, ma anche ontologico.
Nonostante il progressivo smantellamento di determinate pratiche elitiste e autoritarie, la questione sulla legittimità della censura è un fuoco perpetuo che arde nell’animo di una società democratica. Da eventi di portata storica a interventi minori, la censura ha sempre cercato di insediarsi nell’arte, assumendo nuove e strategiche forme.
La sua indagine, oltre alla curiosità di scoprire versioni originali dei film, è un tentativo di comprendere la fotografia di una società: cosa è permesso vedere, quali tabù persistono e cosa, invece, rimane fuori campo?
L’immagine non è neutra: potere, libertà e resistenza
Un’immagine non è mai neutra, un’inquadratura assume sempre una prospettiva, e il potere è l’ago della bilancia che calibra il sapere. Se, come sosteneva Foucault, «là dove c’è potere, c’è resistenza», il cinema allora, attraverso la specifica audiovisiva, si è distinto per la capacità di riflettere e rielaborare i rapporti di potere, resistendovi al tempo stesso.
È in questo scarto che le immagini rivelano il loro contenuto latente. Il cinema, come una lastra, riflette e assorbe la luce (e l’ombra) complessa e contraddittoria della realtà, restituendo allo spettatore quella che è la contrastante immagine di sé stesso, come parte della confusa materia del mondo. Comprendere le immagini ci restituisce una consapevolezza del mondo che ci circonda e, questa presa di coscienza, forse, non è così gradita a chi sfrutta quelle stesse immagini per rafforzare il proprio dominio.
La settima arte rivendica proprio questo, la volontà di dirigere quello sguardo che spesso scostiamo, per mostrare ciò che rinneghiamo di noi stessi, di una natura umana che non comprendiamo completamente, spaventati dalla possibilità di perderne il controllo. Ogni società rinnega i fantasmi del proprio tempo.
È questa paura che spinge la volontà del potere di stabilire un ordine sul quale vegliare, una linea che prosegue retta, alla quale non è permesso spingersi oltre la frontiera del disordine per smarrirsi nei meandri oscuri e osceni dell’istinto. La disciplina del regime visivo prefigura sempre le intenzioni di un potere.

L’inquadratura come gesto politico
Perché è così importante continuare a interrogare le immagini? Cosa svelano attraverso ciò che decidono di non mostrare? L’inquadratura è un gesto politico, una presa di posizione morale su una parte di mondo che si sceglie di includere o escludere. L’immagine cinematografica ha, perciò, un valore tanto estetico quanto politico. Il cinema, dall’underground alla propaganda, seguendo la massima per la quale l’arte è un buon affare o per lo meno una buona forma di propaganda, non si è comunque sottratto alle logiche di potere. Sebbene sia parte di un sistema industriale di produzione orientato, non può essere letto unicamente come forma di controllo sulle immagini, bensì anche come spazio di libertà.
Il suo flusso d’immagini non smette di trascinare con forza lo spettatore. Il cinema travalica le soglie dello schermo per influenzare e mettere allo scoperto una realtà inconciliabile con le maschere che indossiamo, nella complicità di una cecità che ci appartiene.
Con il pretesto di tutelare le menti da immagini che seducono e suggestionano, i censori hanno stretto il controllo preventivo, imposto tagli e limitato le pratiche di un’arte che, in alcuni casi, si è conseguentemente accomodata nel guscio protettivo e conformista dell’autocensura.
I volti della censura
La censura, nel tempo, ha mutato forma, inserendosi in maniera più subdola negli ingranaggi di un sistema sempre più complesso e meno trasparente. Gli interventi si disseminano in ogni processo della vita di un film, dalla fase di sceneggiatura (censura preventiva), alla sua realizzazione finale (censura a posteriori), fino a una revisione ex post (censura di ritorno). Quali criteri vengono assunti per giudicare la moralità di un film? Qual è il limite di una presunta libertà d’espressione da parte del regista e quale, invece, è il limite di scelta e consapevolezza dello spettatore?
Sesso, violenza, religione e politica i topos dell’offesa alla morale, al buon costume, alle istituzioni e alla religione, oltre alle restrizioni per l’età. La censura ha colpito tanto opere d’autore quanto film di genere: ogni tipo di cinema aderente alla rappresentazione caustica di una realtà in conflitto con la conformità sociale. Non è solo questione d’immagine, ma soprattutto, di parola e suono.
Ciò che viene redarguito è, quindi, il pensiero stesso, la cui espressione più immediata è la commistione tra immagine e parola, un riflesso animato che fuoriesce dalla staticità per entrare nelle vite degli spettatori, scatenando una riflessione, l’esercizio della propria indipendenza.
Oggi, soprattutto, il destino dell’immagine si sottrae alla fonte originaria per diffondersi nell’intricata rete di rilocazione e ri-significazione costante. Nella società algoritmica delle piattaforme, pratiche censorie trovano un terreno di manifestazione costante, consolidando tendenze conformiste. L’autorità, nel controllo di un’opera, è consapevole del potere delle immagini, di cui la settima arte diviene scomodo veicolo.
Una scelta etica e politica in nome della democrazia?
In una democrazia, l’individuo deve essere necessariamente capace scegliere con cognizione di causa, avendo accesso a informazioni attendibili, per esercitare un pensiero autonomo. Se Marcuse ha sostenuto il ricorso a una censura preventiva contro la disinformazione e la manipolazione della pubblica opinione, i suoi critici, d'altra parte, temevano una società controllata da una élite, dove la popolazione non avrebbe accesso alle informazioni essenziali.
Dove si pone allora il confine tra libertà d’espressione e tutela dei diritti umani? Da chi dovrebbe essere stabilito? La censura rimane lo scettro nelle mani di un potere, qualunque esso sia, sociale, politico, religioso, economico, giuridico.
Lo spettatore, un tempo ritenuto vittima passiva nei confronti di un’immagine inoculata, doveva essere educato e salvato da una visione più ideologicamente affine a quella del potere vigente. Quindi, oggi perché incentivare e agevolare la comprensione di forme discorsive più profonde? La mancanza di pensiero critico è una delle più grandi lacune che permette alla censura di cancellare, modificare e sovvertire la storia…non solo del cinema.
La censura è una scelta etica e politica che assume un ruolo rilevante nella costituzione di una data società. La questione di quali immagini accettiamo e scegliamo di rappresentare misura chi siamo. Il cinema, nella commistione etica ed estetica di immagine e parola, rappresenta pensiero, espressione e presa di posizione.
L’arte, come sostiene Hannah Arendt, aspira sempre a nuove entità coscienti, e il cinema è una comunità che si (ri)unisce dentro e fuori uno schermo capace di insegnare nuovamente a vedere e a trasmettere la forza dell’immaginazione, che non è mai solo finzione, ma simulazione di un’inespressa realtà, perché solo attraverso questa si può tornare a comprendere il presente, per ridisegnare un futuro diverso.
Questa rubrica prevede l'uscita di un articolo sulla censura nel cinema italiano, ogni ultima domenica del mese.
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