N°2: Ultimo Tango a Parigi e il Rogo dello Scandalo
- Livia Inzaina
- 26 apr
- Tempo di lettura: 6 min
«Si ritiene doveroso avvertire il pubblico che il film contiene alcune scene scabrose e delicate imposte dalle situazioni drammatiche del racconto. Rigorosamente vietato ai minori di 18 anni».
Questo il monito che anticipava le proiezioni clandestine di un’opera simbolo del conflitto tra censura e libertà d’espressione artistica. Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci segna una definitiva svolta nella percezione della sessualità cinematografica. Nel clima cupo degli anni ’70, il crudo realismo delle compiacenze erotiche delle immagini cinematografiche si scontra con la visione di un’Italia pudica, moralista e democristiana, incapace di cogliere l’autentico dramma dell’istinto di un film, come lo ha definito Moravia, «non di eventi, bensì di situazioni simboliche e ideologiche».
Nonostante la nomination agli Oscar per Brando e Bertolucci, il marchio della categoria “X” (film pornografico) viene impresso sulla pellicola per quasi 10 anni, ma anche in seguito l’ombra dell’attentato alla pubblica moralità persiste: censura, sequestro, rogo le sorti dello scandaloso film per il quale Bertolucci perde il diritto di voto fino al 1987, anno in cui viene emessa la sentenza di “non oscenità”: «Amore e morte, sesso e distruzione, piacere e crisi sono i temi che fanno di Ultimo tango a Parigi un film con piena dignità di opera d’arte, soprattutto per il modo in cui questi motivi profondi vengono affrontati».

Solo nel 1988 il film può essere trasmesso sulla televisione italiana (Canale 5), i tagli equivalgono a circa 93,80 metri di pellicola. Cosa resta oltre il clamore suscitato da immagini ritenute così provocatorie e oltraggiose? Forse, il riflesso della profonda inquietudine di un potere censorio consapevolmente spaventato da un cinema capace di esplorare le profondità dell’esperienza umana e dell’interiorità di un artista dirompente, spinto dall’esigenza, come Bertolucci stesso ha dichiarato, «di raccontare una storia che mi stava molto a cuore, una storia che aveva degli effetti sulla mia vita privata, sulla mia vita personale ed era tutto un gioco di “ vuoto e pieni” tra il film e la mia vita».
Dietro la scena dell’osceno: i corpi del film
Ultimo tango è la storia di un amor fou tra Jeanne (Maria Schneider), una giovane parigina, e Paul (Marlon Brando), un uomo di origine americana sul viale del tramonto. La loro travolgente avventura erotica ha luogo, non a caso, nell’appartamento di Rue Jules Verne: un intimo e spoglio antro in cui i personaggi si chiudono, incastrano e deflagrano, improvvisando, «uno psicodramma alla ricerca di emozioni sublimi». Due
identità tanto reali quanto enigmatiche liberano pulsioni e istinti, fino allo scioglimento di un rimosso inconscio e dei vincoli di potere. Un’emancipazione che stravolgerà fatalmente il loro rapporto.
«Santa famiglia, sacrali dei buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà assassinata dall’ egoismo».
Il monologo che Brando recita durante la celebre scena del burro, mentre invita la ragazza a ripetere le sue sacrileghe parole, rivela la reale portata sovversiva che ha sconcertato i custodi della morale. L’ombra di un atto traumatico e ambiguo anche per Maria Schneider che, nel 2007, denunciò di essere stata costretta a sottoporsi a una reale e umiliante violenza. Tacciata di «esasperato pansessualismo fine a sé stesso», l’opera rivela, in realtà, la crisi del desiderio fondato sulla paura di quella dimensione ingovernabile che è la morte. Bertolucci contravviene alla protezione securitaria di una legge che alimenta il peccato; condizione che si manifesta nel cedimento del desiderio stesso, perché, come proclamava Bataille, «la trasgressione non è la negazione del divieto, bensì il suo superamento e il suo completamento».
Ai confini del desiderio
Ultimo tango a Parigi è un perturbante che affiora nell’intimità spoglia di una casa, più precisamente nell’appartamento di Rue Jules Verne. L’appartamento, come Jeanne, è il rifugio dell’interiorità di un’animasolitaria. Stanze spoglie e anonime come Paul, oggetti coperti e dismessi come un passato che non si può dimenticare. È il tentativo di abbandonare il mondo e la distrazione dell’apparenza. Ma il tremolio accecantedelle luci della ville lumière penetra dalle finestre, insieme alle costellazioni di legami amorosi, presenti e passati.
I vetri smerigliati deformano, come i quadri di Bacon nei titoli di testa, quella soglia impenetrabile della nostra identità, che è il volto, rovescio paradigmatico e temporaneo di una relazione afasica. L’intimo racconto della propria infanzia incrina l’equilibrio, la memoria spezza la fugacità dell’attimo. Nella sconvolgente sensualità erotica dei corpi Ultimo tango è anche un film sulla perdita, scomoda dimensione di
un’assenza incombente, e sulla distanza, come quella che unisce e separa i due personaggi nella danza erotica per eccellenza - il tango: contatto di corpi e negazione di sguardi.

Oscillando tra pieni e vuoti, apollineo e dionisiaco, è come se, ritratti in questa erosa cavità, rivelassero l’impossibilità di una risposta all’interrogativo sulla stabilità di uno spazio neutrale, privo di legge.. tutto è destinato a precipitare, tutto è opposto e negazione di sé stesso, lo sconosciuto diviene consuetudine, il consueto estraneo. I due amanti si perdono nei moti rivoluzionari dei piaceri fino allo smarrimento. La macchina da presa di Bertolucci, come nel primo episodio de Il piacere di Ophüls, rivela l’innegabile finità della maschera della giovinezza, destinata a crollare sulla pista della frenetica danza dell’esistenza.
Donna e Morte - l’eresia erotica di possesso e distruzione
Lo spettatore segue, godendo e soffrendo, la parabola discendente di un antieroe, che Bertolucci trascina sull’orlo del medesimo abisso, un non-luogo tanto privo di punti di riferimento quanto spazio di liberazione dalla finzione del proprio Io sociale. La realtà esterna sfugge e la verità di ciò che accade fuori è un’illusione che nemmeno il cinema-vérité di Tom (Jean-Pierre Léaud), il fidanzato di Jeanne, riesce a catturare.
Paul, come un Orfeo contemporaneo incastrato negli abissi delle proprie convenzioni sociali, nel tentativo di non soccombere ai propri limiti, cerca disperatamente di afferrare il volto di una realtà inaccessibile, che è il femminile: quello trapassato di una donna che ama e quello presente, e sfuggente, di una donna che tenta di possedere. Un amore primitivo si unisce all’esigenza totalitaria di possesso, un’appropriazione guidata dall’inconscia volontà distruttiva dell’oggetto stesso dell’amore.

Paul detiene il potere o ne è l’assoggettato prigioniero? Donna e Morte si offrono come pure presenze incombenti e ostinate. Paul subisce un’incessante minaccia di esserne assorbito e di compromettersi con Lei in una fusione senza limiti. Paul è il sintomo di un rifiuto, la morte stessa disseminata attraverso la vita; Jeanne è la rinascita che sparge e raccoglie i semi della morte.
La crisi dei confini
Il film diviene un’indecorosa rappresentazione solo agli occhi di chi, in realtà, rifugge o tenta di contenere qualcosa che lo ri-guarda: trasgressione, passione, sessualità e morte. Qualcosa, però, smuove lo spettatore in quell’invisibile contatto con una materia filmica che coinvolge i sensi della sua sfera fisiologica, affettiva ed emotiva. Il film trasuda il piacere sinestetico della visione, continuamente in moto tra prossimità e distacco, piacere e dolore, estremi di un viscerale sussulto, di una piccola morte (metafora letteraria francese dell’orgasmo e titolo iniziale del trattamento del film).
Lo sguardo illecito flirta e viene sedotto dall’erotismo sensoriale e fisiologico delle immagini, aperte all’irresistibile piacere voyeuristico dello spettatore e della macchina da presa stessa, che penetra un organico e orgasmico profilmico.
Nel costante dialogo tra visibile e invisibile, realtà e rappresentazione, dentro e fuori, Eros e Thanatos, cinema e vita, Ultimo tango è la crisi dei confini, una separazione tanto tangibile quanto evanescente. Sul balcone, insieme varco sull’esterno e prolungamento dell’interno, ha luogo l’atto finale della vita, che assume tutto il suo senso nel gesto puerile di Paul che incolla il chewing-gum sotto la ringhiera. La macchina da presa si ritira cautamente per svelare quel corpo in posizione fatale, e fetale, esalato l’ultimo sospeso anelito dell’esistenza.
X pericolo x uno sguardo che non sa guardare
«Questo è il più potente film erotico mai realizzato, e può diventare il più liberatorio film mai realizzato» sentenziò Pauline Kael sul New Yorker.
Non è nella ricerca della provocazione fine a sé stessa, in cui la vana offesa cederebbe al ridicolo, cristallizzandone l’essenza catartica. È, invece, nell’indagine, attraverso il proprio punto di vista, su un frammento di mondo che risiede l’arte di Bertolucci. È una visione che implica una condizione, nel cinema come nella vita: lasciarsi concedere all’opera, come esorta Simone Weil, accoglierla per ristabilire una consapevolezza tra spirito e corpo, sofferenza e morte.

Ancora oggi, nelle pratiche di una società algoritmica che favorisce nuove forme di censura e tende a consolidare il conformismo, è fondamentale saper guardare Ultimo tango a Parigi, un film, come ha profetizzato sempre Pauline Kael «di cui la gente discuterà, credo, finché esisteranno i film, perché è come vedere pezzi della propria vita, e quindi, ovviamente, non si possono chiarire i propri sentimenti al riguardo - i nostri sentimenti sulla vita non si risolvono mai».
Ultimo tango traccia il presentimento di una cultura alla quale resta la speranza ultima di aggrapparsi a tutto quello che ha tentato, e tenta ancora, di cancellare. Il carattere artistico di un’opera legittima la possibilità di riconoscimento da parte di un pubblico, troppo spesso reputato immaturo. Nonostante i cambiamenti culturali radicali succedutisi negli anni e gli interventi repressivi sempre minori sulle pellicole destinate a un pubblico adulto, tra le pagine chiare e scure, del potere in questo caso, qualcosa rimane. I tentativi di difesa dal contatto traumatico con la materia di un film sono spesso l’avvisaglia di un potere che rifugge ciò che ci vuole essere mostrato come avverso alla sua sintonia propagandistica.
Fonti e riferimenti
Cinecensura. Mostra virtuale permanente promossa dalla Direzione Generale per il Cinema del MIC in collaborazione con la Fondazione CSC - Cineteca Nazionale.
Recensione di “Ultimo tango a Parigi”, diretto da Bernardo Bertolucci, con Marlon Brando e Maria Schneider, di Pauline Kael (21 ottobre 1972, The New Yorker)
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