Sirāt, attualmente disponibile su MUBI e diretto da Oliver Laxe, non è un film. È un’esperienza. Uno sciame di immagini, suoni e sensazioni che non si limita a raccontare una storia, ma la fa sentire nel corpo dello spettatore, nella sua percezione stessa del mondo e del tempo.
Cime Tempestose ci è piaciuto. E sì, non abbiamo letto il romanzo di Emily Brontë. Forse dovremmo. Forse no. Perché a volte è necessario imparare a guardare un film come un organismo autonomo, lasciarlo esistere nel proprio tempo, senza chiedergli continuamente conto di una fedeltà che non ha mai promesso.
Ci sono film che parlano del lutto, e poi c’è Hamnet, un’opera che sembra bussare direttamente alla coscienza emotiva dello spettatore con la delicatezza di un sussurro e la forza di un grido. La morte di un figlio non è solo un evento: è un vuoto che risuona attraverso le generazioni, un’assenza che diventa presenza nei gesti, nelle case, negli sguardi silenziosi dei sopravvissuti.
C’è cinema che ti racconta una storia. E poi c’è cinema che ti fa vivere una pulsione: un sogno, un’ossessione, un desiderio il cui ritmo è più veloce di una pallina da ping‑pong. Arrivato in Italia il gennaio 2026, Marty Supreme - attualmente al cinema - è uno di quei film che non si dimenticano appena finisce il titolo di coda.
Ci sono film che ti guardano dentro prima ancora che tu li guardi. Die My Love, il nuovo dramma di Lynne Ramsay con Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, appartiene a questa categoria: un’opera che non offre consolazione, ma pone davanti a uno specchio.
Ci sono serie che finiscono. E poi ci sono serie che, quando finiscono, lasciano uno spazio che non sai subito come abitare. Stranger Things appartiene a questa seconda categoria.
Entrare in sala per Avatar: Fire and Ash significa immergersi, ancora una volta, in un cinema che punta tutto sull’esperienza. Il problema emerge quando lo sguardo si sposta dalla forma al racconto.
Ciao bambino compie il suo gesto più radicale: rifiuta qualsiasi consolazione narrativa. Non c’è redenzione attraverso il sacrificio. Non c’è nobiltà nel pagare un debito che non dovrebbe esistere. Mostra come, in certi contesti, anche la scelta giusta possa essere impossibile, e come l’amore per la propria famiglia possa trasformarsi in una condanna a vita.
Con Orfeo, Virgilio Villoresi realizza un film che sfida ogni classificazione e si pone in una dimensione laterale, ortogonale rispetto alla produzione contemporanea. Non tenta di aggiornare il mito in modo convenzionale, né si limita a rielaborarlo con estetica “d’autore”.
“Bugonia” non è un semplice thriller o un horror fantascientifico: è un’opera che usa il complottismo come linguaggio per parlare del nostro tempo, della fragilità umana e del bisogno disperato di certezze.
The Smashing Machine si impone come uno dei ritratti più intensi e complessi mai dedicati a una figura sportiva. Non è un semplice film sulle MMA, ma un viaggio emotivo nel cuore di un uomo spezzato che continua ostinatamente a rialzarsi.
Tra le creature nate dalla letteratura gotica, Dracula è forse la più mutevole, la più capace di riflettere desideri, paure e fantasmi interiori di ogni epoca. Se il romanzo di Bram Stoker ne faceva un predatore, un’incarnazione quasi assoluta del Male, il cinema ha progressivamente trasformato quel mostro in una figura tragica, malinconica, capace di amare con una purezza che contraddice la sua condizione di dannato.
Quello che rende Nino davvero potente è la sua umanità. Non è solo un film su una diagnosi medica: è un’opera sull’accettazione, sulla solitudine, sul silenzio, sulla difficoltà di riconoscere il dolore.
Il film non parla di guerra, ma della paura della guerra — e questo lo rende, almeno in teoria, più interessante di un classico thriller politico. Il nemico non ha volto né nome; il missile che minaccia la nazione è anonimo, impossibile da identificare. Non c’è un “altro” contro cui reagire: c’è solo un sistema di potere che si guarda allo specchio e non riconosce più la propria immagine.
Abbiamo avuto modo di assistere in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia alla presentazione della serie Il Mostro, ora finalmente disponibile su Netflix, e l’occasione ci ha permesso di osservarla con uno sguardo più attento rispetto al semplice lancio streaming.
Anderson spiazza tutti. One Battle After Another non parla di rivoluzioni sociali o guerre dimenticate: parla di paternità e maternità, di figli che scappano e di genitori che inseguono. È un film sulla cura, sulla perdita e sull’impossibilità di proteggere davvero chi si ama.
Ethan Coen sceglie la strada dell’anarchia stilistica e narrativa: chi conosce i Coen ritrova il gusto per il grottesco e l’assurdo, ma qui il tono è ancora più libero, quasi sperimentale.
Strippoli racconta Remis, un villaggio dove tutti sembrano felici grazie a un rituale singolare: Matteo, un ragazzo introverso, assorbe il dolore degli altri abitanti. Questa premessa diventa un pretesto per esplorare temi universali e trasversali: quanto l’empatia forzata possa diventare un peso insostenibile, quanto farsi carico dei dolori altrui possa prosciugare le energie fisiche ed emotive di un individuo.
Presentato in concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia nel 2025, il film ha ottenuto una delle accoglienze più commoventi e imponenti dell’intera edizione: 23 minuti di standing ovation, con il pubblico in lacrime e la sala trasformata in un coro collettivo.