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Her e Lost in Translation: Due Lettere d'Amore Scritte Dopo la Fine

Ci sono film che dialogano perché condividono gli stessi temi.

E poi ci sono film che sembrano rispondersi.


Lost in Translation (2003) di Sofia Coppola e Her (2013) di Spike Jonze appartengono a questa seconda categoria. Non esistono dichiarazioni che confermino un'intenzione esplicita di costruire un dittico, ma è impossibile ignorare quanto le due opere sembrino guardarsi da lontano, come due persone che, pur avendo smesso di parlarsi, continuano a raccontarsi attraverso il cinema.


I due registi sono stati sposati dal 1999 al 2003 e la loro separazione ha inevitabilmente attraversato anche il loro modo di scrivere immagini. Coppola ha più volte raccontato di aver attinto alla propria esperienza personale per costruire Charlotte e il suo matrimonio in Lost in Translation; allo stesso modo, negli anni, molti hanno letto Her come una riflessione di Jonze sul medesimo dolore, osservato però dall'altra parte della relazione.


Her e Lost in Translation: Due Lettere d'Amore Scritte Dopo la Fine

Ma forse il punto non è capire chi avesse ragione.

Forse il punto è osservare come due persone abbiano trasformato la stessa ferita in due film completamente diversi.


La distanza non è geografica

In Lost in Translation la distanza è fisica. Tokyo è una città enorme, luminosa, rumorosa. Eppure Charlotte e Bob sembrano essere gli unici due esseri umani capaci di ascoltarsi davvero. Attorno a loro tutto comunica, ma nessuno riesce veramente a entrare in contatto con l'altro.


In Her, dieci anni dopo, accade l'opposto. Theodore vive in un futuro iperconnesso, parla continuamente con qualcuno, scrive lettere per mestiere, ha un dispositivo sempre acceso nelle orecchie. Eppure è più solo che mai.


È come se Jonze prendesse quella stessa incomunicabilità raccontata da Coppola e la trasportasse dieci anni avanti, in un mondo dove la tecnologia promette di eliminare ogni distanza, senza riuscire a colmare quella più importante: quella tra due esseri umani.


Due prospettive della stessa assenza

Charlotte guarda il marito allontanarsi.

Theodore guarda una donna andare via.


In entrambi i casi il dolore non nasce da un tradimento spettacolare, né da una lite definitiva. Nasce da qualcosa di molto più silenzioso. Dal rendersi conto che la persona accanto a noi sta cambiando in una direzione alla quale non possiamo più appartenere. Il marito di Charlotte è fisicamente presente, ma emotivamente irraggiungibile. Samantha è emotivamente presente, ma finisce per appartenere a una dimensione che Theodore non potrà mai raggiungere.


Her e Lost in Translation: Due Lettere d'Amore Scritte Dopo la Fine

Sono due film che raccontano la stessa tragedia.

Amare qualcuno che continua a esistere.

Ma non nello stesso posto in cui siamo rimasti noi.


L'amore non basta

Entrambi i film rifiutano la più rassicurante delle illusioni romantiche.

Che amare qualcuno significhi automaticamente riuscire a restare insieme.


Charlotte e Bob si incontrano nel momento giusto della loro vita emotiva, ma nel momento sbagliato delle loro esistenze. Theodore e Samantha si incontrano quando entrambi hanno bisogno di essere salvati, ma è proprio quell'amore a trasformarli in qualcosa di incompatibile. L'amore, allora, non diventa il punto d'arrivo. Diventa il luogo della trasformazione. E trasformarsi significa, inevitabilmente, allontanarsi da qualcuno.


Il cinema come dialogo privato

Esiste un dettaglio che rende questi due film ancora più struggenti.

Scarlett Johansson è presente in entrambi.


In Lost in Translation il suo volto occupa continuamente l'inquadratura.

In Her scompare. Resta soltanto la voce.


Come se il passaggio da un film all'altro raccontasse anche questo: quando una relazione finisce, i volti lentamente svaniscono. A restare sono le parole, il tono, il ricordo di una voce che continua a esistere nella memoria molto più a lungo dell'immagine. È un'eco. Più che una presenza.


Her e Lost in Translation: Due Lettere d'Amore Scritte Dopo la Fine

Due lettere che non cercano una risposta

Ridurre Her e Lost in Translation a due film autobiografici significherebbe impoverirli.

La loro forza non sta nel raccontare il matrimonio tra Spike Jonze e Sofia Coppola. Sta nel trasformare un'esperienza privata in qualcosa di universale. Per questo continuano a parlarci. Perché, guardandoli uno dopo l'altro, si ha la sensazione di assistere a due lettere mai spedite.


Due persone raccontano lo stesso amore. Nessuna delle due cerca di convincere l'altra. Entrambe cercano soltanto di capire cosa sia rimasto dopo la fine. Ed è forse questa la vera ragione per cui i due film continuano a dialogare. Non perché raccontino la stessa storia. Ma perché dimostrano che ogni amore, una volta finito, sopravvive in due ricordi diversi.


E che il cinema, a volte, è l'unico luogo in cui quei ricordi riescono ancora a incontrarsi.

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