La Donna Sconosciuta che ha Conquistato Venezia
C'è qualcosa di quasi cinematografico nel modo in cui May el-Toukhy è arrivata al Leone d'Oro. Prima ancora che il suo film vincesse, il suo nome raccontava già una storia.
May el-Toukhy era una delle poche donne presenti nel grande concorso di Venezia 2026. Anzi, per gran parte della costruzione della selezione, l'unica regista donna con un film diretto da sola in competizione. Ventuno film, ventuno sguardi, e uno soltanto affidato a una regista donna.
Poi è arrivata la sera del 12 settembre. E quel film, Woman Unknown, ha vinto il Leone d'Oro. Non una semplice vittoria. Una risposta.
Ma chi è May el-Toukhy?
Prima di Venezia, per gran parte del pubblico internazionale, probabilmente era proprio questo: un nome sconosciuto.
Nata e cresciuta a Copenaghen da madre danese e padre egiziano, el-Toukhy ha studiato alla Danish National School of Performing Arts e successivamente alla National Film School of Denmark, diplomandosi nel 2009. Ha iniziato a lavorare anche nella televisione, arrivando a dirigere episodi di The Crown, prima di costruire progressivamente il proprio percorso nel cinema.

Il suo esordio al cinema arriva nel 2015 con Long Story Short. Ma è nel 2019 che il suo nome comincia a uscire dai confini danesi. Queen of Hearts viene presentato al Sundance, dove riceve il Grand Jury Prize nella sezione World Cinema Dramatic, e viene scelto dalla Danimarca come candidato all'Oscar per il miglior film internazionale.
È un cinema che sembra tornare continuamente su alcune ossessioni: donne complesse, desiderio, potere, vergogna, reputazione, giudizio.
Donne che non sono semplici da amare.
E soprattutto donne che non sono semplici da giudicare.
Poi arriva una donna sconosciuta
Ed è qui che il percorso di el-Toukhy incontra quello del suo nuovo film. Woman Unknown racconta la storia di Marie, una giovane domestica nella Danimarca del secondo dopoguerra, prossima a sposare il ricco vedovo per cui lavora. Ma porta con sé un segreto: una relazione con un soldato tedesco durante l'occupazione. Quando quel passato torna a galla, la posizione che Marie si è costruita rischia di crollare.
Ma c'è qualcosa di ancora più interessante nel titolo.
Woman Unknown.
Donna sconosciuta.
El-Toukhy ha raccontato che l'idea nasce da materiali d'archivio e fotografie di donne dell'immediato dopoguerra catalogate semplicemente come “donna sconosciuta”. Donne esistite davvero, ma rimaste senza nome nel racconto della Storia. Ed è difficile non vedere un cortocircuito.
Una regista che, arrivata a Venezia, rischiava di essere identificata innanzitutto attraverso la sua eccezionalità - l'unica donna in concorso - porta al Lido una storia dedicata proprio alle donne che la Storia ha lasciato senza nome.
Non è soltanto una questione di numeri
È importante dirlo: il Leone d'Oro non dovrebbe diventare semplicemente “il premio dato a una donna”. Il cinema femminile non ha bisogno di essere trasformato in una categoria separata.
El-Toukhy ha vinto perché la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal, dopo aver visto i 21 film in concorso, ha scelto Woman Unknown come miglior film della Mostra. E nello stesso film Mathilde Arcel ha conquistato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Ma proprio perché il cinema continua a essere un ambiente nel quale l'accesso delle donne alla regia e soprattutto ai grandi finanziamenti rimane problematico, il contesto conta.
Conta sapere che quel film era l'unico lungometraggio diretto da una sola donna nella competizione principale. Conta sapere che el-Toukhy ha raccontato quanto sia stato difficile finanziare i suoi film: per il primo, ha spiegato, sono serviti sei o sette anni; anche Queen of Hearts ha incontrato difficoltà, e per Woman Unknown ha lavorato per oltre un anno per sedici ore al giorno, investendo anche i propri risparmi.
E allora il Leone non cancella la difficoltà del percorso. La rende visibile.
Da sconosciuta a Leone d'Oro
C'è quasi una piccola ironia nel modo in cui Venezia ha raccontato questa storia. Una regista arriva al festival come “l'unica donna”. Il film si intitola Woman Unknown. E pochi giorni dopo lei è sul palco con il Leone d'Oro tra le mani. May el-Toukhy è diventata l'ottava regista donna nella storia della Mostra a conquistare il premio più importante.
Ma forse il dato più bello non è nemmeno questo. È che, insieme a lei, Venezia ha premiato un film che parla proprio di donne invisibili, senza voce, lasciate ai margini del racconto storico. Nel suo discorso, el-Toukhy ha dedicato il premio alle donne “invisibili e senza voce” e ha parlato del corpo femminile come di un campo di battaglia e di una questione pubblica. Il Leone, quindi, arriva in un momento in cui il cinema sembra guardare nuovamente verso quelle storie che per troppo tempo sono rimaste fuori dall'inquadratura.
Il problema è che continuiamo a chiamarle sconosciute
Forse è questa la cosa che rimane. Non sappiamo ancora tutto di May el-Toukhy. E non serve.
Il suo percorso ci ricorda qualcosa che nel cinema accade continuamente: ci sono persone che lavorano per anni nell'ombra prima che qualcuno decida finalmente di accendere una luce su di loro. La cosa più interessante è che el-Toukhy non sembra voler utilizzare quella luce per raccontare soltanto sé stessa.

La usa per illuminare qualcun altro. Le donne senza nome. Quelle che non sono diventate protagoniste dei libri di storia. Quelle rimaste nelle fotografie d'archivio. Quelle il cui corpo è stato giudicato prima ancora che la loro voce potesse essere ascoltata.
E forse è proprio questo che rende particolarmente significativa la sua vittoria. Una donna che a Venezia rischiava di essere ricordata soltanto perché era “l'unica”, ha vinto raccontando donne che la Storia aveva reso invisibili.
Forse il cinema serve anche a questo
A prendere una fotografia senza nome. Un volto dimenticato. Una storia che nessuno ha ritenuto abbastanza importante da conservare. E dirle: ti abbiamo vista.
May el-Toukhy è arrivata a Venezia come una regista che molti spettatori ancora non conoscevano. È ripartita con il Leone d'Oro. Ma forse la vittoria più importante non è che adesso conosciamo il suo nome. È che, attraverso il suo cinema, potremmo tornare a cercare quello di tutte quelle donne che ancora non conosciamo.
E forse, per una volta, la donna sconosciuta non è più quella davanti alla macchina da presa. È quella dietro.
E adesso il mondo ha imparato a pronunciare il suo nome:
May el-Toukhy.

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