L’Odissea di Nolan e l’Arte dell’Attesa
- Giada Scarfiello
- 15 ago
- Tempo di lettura: 5 min
Ci sono viaggi che hanno una destinazione. E poi ci sono quelli in cui la destinazione diventa l'unico motivo per continuare a camminare.
L’Odissea di Christopher Nolan è, prima ancora che un film sull'avventura, un film sull'attesa. Tutti aspettano qualcuno o qualcosa. Ulisse aspetta di tornare a casa. Penelope aspetta Ulisse. Telemaco aspetta suo padre. Argo aspetta il padrone che non vede da vent'anni. E persino lo spettatore, per quasi tre ore, viene messo nella stessa condizione: aspettare di sapere se quel ritorno sarà davvero possibile.
Forse è proprio per questo che il film funziona così profondamente: perché ci chiede di fare ciò che i suoi personaggi fanno per tutta la storia. Aspettare.

Penelope non è quella che resta
Siamo abituati a pensare all'Odissea come alla storia di un uomo che parte. Nolan sembra ricordarci che è anche la storia di tutti quelli che rimangono.
Penelope non è semplicemente la donna che aspetta il proprio marito mentre il mondo le suggerisce di smettere. È una figura che resiste al tempo, alla pressione, all'incertezza e alla possibilità concreta che Ulisse non torni più. Mentre lui attraversa mari, guerre, mostri e divinità, lei combatte una guerra immobile: quella contro il tempo che passa.

Il suo telaio diventa allora una misura del tempo. Tesse per rimandare una scelta, disfa per guadagnare un altro giorno. È una strategia apparentemente minima, quasi invisibile, ma è anche il suo modo di agire sulla storia.
Ulisse combatte con una spada.
Penelope con il tempo.
E forse è proprio per questo che sono eroi allo stesso modo.
Argo e l'amore che non sa contare gli anni
Poi c'è Argo. Il cane che aspetta. Non comprende la guerra di Troia, non conosce gli dèi, non sa nulla delle imprese che renderanno immortale il suo padrone. Sa soltanto che Ulisse è partito e che, un giorno, potrebbe tornare. La sua attesa non ha strategie. Non ha orgoglio. Non ha nemmeno la certezza di essere ricompensata. È semplicemente amore.
E quando finalmente riconosce il padrone, dopo vent'anni, il gesto è quasi impercettibile. Proprio per questo è devastante. Argo non ha bisogno di sapere dove sia stato Ulisse. Non gli chiede spiegazioni. Gli basta che sia tornato e finalmente può lasciarsi andare.
Il ritorno non è la fine del viaggio
Nolan sembra però interessato a una domanda più dolorosa. Che cosa ci succede mentre aspettiamo? Ulisse torna a Itaca, ma non è più l'uomo che era partito.
Ha visto la guerra.
Ha ucciso.
Ha ingannato.
Ha perso uomini.
Ha attraversato luoghi dai quali nessuno torna davvero uguale.

E così la casa diventa qualcosa di più complesso di una destinazione geografica. Diventa una possibilità di riconciliazione. Il film non racconta soltanto quanto sia difficile tornare. Racconta quanto sia difficile essere ancora riconoscibili a chi ci aspettava.
Le sirene e il coraggio di ascoltare
È nel canto delle Sirene che questa idea raggiunge forse il suo punto più doloroso. Ulisse non vuole semplicemente sopravvivere al loro canto. Vuole ascoltarlo. Gli altri devono proteggersi. Lui invece sceglie di sentire.
E quello che sente non è soltanto una promessa seducente: è il richiamo di tutto ciò che ha lasciato irrisolto, delle promesse che non ha mantenuto, delle colpe che si porta dietro. Il canto diventa così una voce interiore, qualcosa da cui non può continuare a fuggire.

È una delle intuizioni più interessanti del film. Perché forse il vero mostro dell'Odissea non è fuori. È dentro. E per continuare il viaggio non basta tapparsi le orecchie. A volte bisogna ascoltare. Sapere. Ricordare. Accettare di incontrare quella parte di noi che avremmo preferito lasciare in fondo al mare. Ma a quale prezzo?
Sapere tutto
C'è qualcosa di profondamente nolaniano nell'idea che la conoscenza non sia necessariamente una liberazione.
Ulisse vuole sapere.
Vuole vedere.
Vuole attraversare l'Ade, parlare con i morti, ascoltare le Sirene, conoscere ciò che lo attende oltre il limite.
Ma ogni risposta porta con sé una ferita. Come se il film ci dicesse che crescere non significa smettere di avere paura. Significa scegliere di sapere anche quando sapere farà male. E forse è questa la differenza tra fuggire e andare avanti.
Fuggire significa lasciare qualcosa dietro di sé.
Andare avanti significa portarselo dentro.
Nolan e il tempo
Forse non è un caso che sia proprio Christopher Nolan ad aver scelto di raccontare questa storia. Il tempo attraversa il suo cinema da sempre.
In Memento diventa amnesia. In Inception un tempo in cui vuoi tornare, un rimpianto. In Dunkirk diventa una struttura che accelera e rallenta. In Interstellar diventa distanza, perdita, impossibilità di fermare ciò che amiamo. In Oppenheimer diventa memoria e conseguenza.
Nolan ha costruito una parte della propria filmografia attorno alla domanda più semplice e più terribile che possiamo fare al tempo: quanto siamo disposti a perdere mentre aspettiamo?

In Odissea, però, il tempo non è soltanto qualcosa da manipolare. È qualcosa da vivere. Perché l'attesa non è un vuoto tra due momenti. È un momento a tutti gli effetti. Sono vent'anni della vita di Penelope. Sono vent'anni della vita di Telemaco. Sono vent'anni di Ulisse.
È il tempo che passa mentre qualcuno che amiamo non c'è. E persino il film sembra volerci insegnare questo principio: quasi tre ore di cinema per raccontare un viaggio che dura vent'anni.
Nolan ci chiede di aspettare insieme ai suoi personaggi. E proprio mentre aspettiamo, comprendiamo che il tempo che vorremmo accelerare è, in realtà, la vita stessa.
L'attesa dello spettatore
E allora anche il film diventa un'Odissea. Perché Nolan non ha fretta di arrivare.
Ci fa aspettare. Ci fa attraversare il mare, perdere tempo, cambiare direzione, tornare indietro.
La struttura stessa del film tratta il tempo non come una linea retta, ma come qualcosa che può essere attraversato, ripetuto e reinterpretato. Ed è proprio qui che l'esperienza cinematografica dialoga con quella dei suoi personaggi. Aspettiamo il ritorno di Ulisse mentre aspettiamo che il film ci conduca a casa.
Per quasi tre ore, il cinema diventa una nave.
E noi saliamo a bordo.
L'amore come unica rotta
Alla fine, forse, l'Odissea non è la storia di un uomo che vuole tornare a casa. È la storia di un uomo che ha bisogno di tornare da qualcuno. Perché Itaca, senza Penelope, senza Telemaco, senza Argo, sarebbe soltanto un'isola.
È l'amore a darle una direzione. Non quello perfetto, non quello che non conosce il dubbio, ma quello capace di sopravvivere alla distanza, alla guerra, al tempo e persino alla trasformazione di chi si ama.

Penelope aspetta.
Argo aspetta.
Telemaco aspetta.
Ulisse cammina.
E forse sono tutti impegnati nella stessa cosa: tenere vivo qualcuno finché non sarà possibile riabbracciarlo.
Tornare
Forse è questo che rende l'Odissea ancora così contemporanea. Tutti, prima o poi, abbiamo qualcuno da aspettare. Un ritorno. Una risposta. Una persona. O forse la versione di noi stessi che eravamo prima di partire. E il film di Nolan sembra dirci che non esiste un modo indolore per attraversare il tempo.
Possiamo tapparci le orecchie davanti alle Sirene. Oppure ascoltare. Possiamo continuare a fuggire da ciò che abbiamo fatto. Oppure guardarlo. Possiamo smettere di aspettare. Oppure continuare ad amare.
Perché forse Ulisse torna davvero a casa soltanto quando comprende che il viaggio non era mai stato soltanto quello che lo separava da Itaca. Era tutto ciò che doveva attraversare per poterci tornare.

E forse l'amore è proprio questo: qualcuno che, nonostante tutto il tempo passato, continua ad aspettare che tu sappia finalmente tornare. Ma forse c'è qualcosa di ancora più grande. Forse casa non è il luogo in cui arriviamo. È la persona per cui, nonostante tutto, abbiamo continuato a camminare.
E allora l'Odissea non è la storia di un uomo che attraversa il mondo per tornare a casa. È la storia di un uomo che attraversa vent'anni di tempo per scoprire che qualcuno, dall'altra parte del tempo, lo stava ancora aspettando. E mentre lo schermo si spegne, rimane una domanda.
Quanto lontano saremmo disposti ad andare, quanto tempo saremmo disposti ad aspettare, per tornare da chi amiamo?
Forse è questa la vera Odissea.
Non il viaggio verso casa. Ma tutto l'amore necessario per non smettere di cercarla.

Commenti