N°6: Sguardi proibiti a Venezia - La grande illusione di Jean Renoir
«La grande illusione è un film sulla guerra dove non vedrete alcun combattimento o spionaggio» recitava un vecchio trailer francese del film. Allo stesso modo, ma con intenti diversi, l’allora capo della Direzione Generale per la Cinematografia Luigi Freddi criticò proprio questa immagine mancante:
«Tutti questi combattenti sono stufi di combattere [...]. E questo è già grave. Ma c'è qualcosa di assai più grave, di assai più intimo, di assai più sottilmente pericoloso: l'assenza di ogni motivazione ideale della guerra».
La guerra, come in molti capolavori cinematografici antimilitaristi, abita il fuori campo. Qualcosa che si nega allo sguardo eppure, mentre preme i bordi dell’inquadratura, penetra invisibile nelle mura oltre le barriere, nei discorsi, nei corpi.
Nel 1937, alla 5ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il film venne candidato per la Coppa Mussolini (in vigore fra il 1934 e il 1942) come miglior film straniero e Jean Renoir insignito del Premio al Valore Artistico. Due anni dopo, proprio allo scoppio del secondo conflitto, sarà la prima opera in lingua straniera a ricevere una nomination all’Oscar come miglior film.
Al di fuori delle kermesse, però, la pellicola non trovò posto nelle sale dell’Italia fascista e della Germania nazista. Anche in Francia durante l’occupazione, il ministro della Propaganda Goebbels ne ordinò il sequestro. Lo scomodo contenuto ideologico del film costituì un affronto al sentimento bellico di un paese che promosse il patriottismo al di sopra di ogni altro valore umano.

L’apparente contraddittorietà delle reazioni trova una spiegazione nelle critiche di figure come il controverso Luigi Chiarini e Luigi Freddi che, nel suo rapporto al Minculpop, definì La grande illusione:
«un film politico, espressione di quella mentalità rinunciataria, quietista, antieroica che s'è appesa allo straccio bianco del pacifismo».
Accusato di pensieri «comunisteggianti» e «propaganda rossa», il film venne comunque apprezzato per il realismo poetico della fotografia, per la qualità registica e le prove attoriali (nel cast spiccano specialmente le interpretazioni di Erich von Stroheim, Pierre Fresnay, Jean Gabin, Dita Parlo). I motivi «disgregatori e corrosivi» e l’alto valore artistico che decretarono il successo dell’opera di Renoir, costituirono l’aggravante etica che portò, secondo i detrattori, alla sua condanna.
Il film, sebbene tagliato dalla commissione di revisione, ottenne il nulla osta solo dieci anni dopo, quando la Seconda Guerra Mondiale era ormai giunta al termine e la Resistenza si era compiuta. Il 1947 costituì un anno decisivo; infatti, prima di ricadere nella centralizzazione burocratica del governo democristiano, la “venezianissima” Mostra del cinema conobbe un’inedita libertà di azione: «sugli schermi della penisola in successione cronologicamente confusa, passato e presente della cinematografia internazionale si mescolavano in modo del tutto inedito» (Ongaro).
Molte furono le pellicole francesi, in particolare quelle vicine al movimento del Fronte Popolare, mai distribuite in Italia durante gli anni della guerra, ma la visibilità offerta dalla Mostra aiutò film come La grande illusione ad aggirare clandestinamente le maglie della censura per essere proiettato, non senza difficoltà, sui piccoli schermi di associazioni culturali, anche ideologicamente opposte.
La sospensione del tempo e dello spazio: confine che separa, soglia che unisce
Le accuse che condussero al boicottaggio chiariscono al tempo stesso la contraddittorietà dell’atteggiamento indulgente nei riguardi dei film: il ritratto disfattista e avvilente di una Francia in decadenza servì alla propaganda per legittimare l’artefatta superiorità militare e morale dello Stato fascista. Ciò che risultò intollerabile fu, allora, lo sguardo sul reale di Renoir, capace di mostrare il contrasto, non solo tra Stati, ma anche tra classi, singoli individui che agiscono secondo le regole del gioco della guerra per aderire agli ideali di una patria che li vorrebbe rigorosamente separati.
Truffaut comprese che per Renoir «è l’idea di frontiera che bisogna abolire per distruggere lo spirito di Babele e riconciliare gli uomini che continueranno tuttavia a essere divisi per nascita»; tuttavia, la pace non richiede l’omologazione o la cancellazione delle identità personali. Nel rimprovero censorio al film emerge come il più grande nemico dell’odio non sia il diverso, ma il sentimento solidale dell’amicizia quale principio politico più profondo, poiché, come sosteneva Hannah Arendt, permette all’essere umano di pensarsi parte di uno spazio condiviso, in cui l’agire quotidiano è l’inizio del ricostituirsi di una società all’interno di uno Stato.

Acclamato e contestato, premiato e bandito: una delle grandi illusioni è stata, forse, quella di credere che tentare di cancellare l’immagine di un’umanità inoperosa - intesa da Agamben non come impasse ma prassi umana e politica - potesse far dimenticare la possibilità di comprendere e agire nel presente. La presenza del film alla Mostra pone in evidenza come il cinema, allora, divenga veramente “l’arma più potente”, poiché, concedendo l’esplorazione di una suggestiva profondità di campo, offre la possibilità di mostrare e ricordare qualcosa che non dobbiamo dimenticare né smettere di guardare veramente.
In un mondo in cui «non crescono che ortiche», il più alto gesto di coraggio è continuare a proteggere la fragilità come von Rauffenstein cura il geranio - «il solo fiore della fortezza» -, per riconoscere quali altre grandi illusioni possono ancora abbagliare l’umanità; perché un’altra alba tragica può sempre sorgere, confini immaginari essere tracciati per divenire frontiere umane governate del dominio di nessuno, ma sconosciute alla natura.
Il film di Renoir, una poesia che ferisce e commuove al tempo stesso, si conclude proprio sull’ambiguità dei confini, immergendoci nell’immagine di un paesaggio innevato, un tempo e uno spazio sospeso sulla soglia ancora attuale tra estrema separazione e vertiginosa prossimità.
Riferimenti bibliografici
Italia Taglia - progetto di ricerca sulla censura cinematografica in Italia, Cineteca di Bologna
Lo schermo diffuso. Cento anni di festival cinematografici in Italia, (Storia dei festival cinematografici in Italia Vol. 1), Daniele Ongaro, 2014
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