Restare Immobili mentre Tutto Cambia: Le città di pianura e l’Italia delle Relazioni Sospese
- Giada Scarfiello
- 18 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Ci sono film che raccontano una storia, e altri che sembrano semplicemente osservare il tempo mentre passa.
Le città di pianura appartiene a questa seconda categoria. Un cinema fatto di silenzi, spazi vuoti, strade provinciali, dialoghi interrotti e persone che sembrano vivere costantemente qualche secondo dopo le proprie emozioni. Il film costruisce un’Italia lontana dalla rappresentazione frenetica e iper-narrativa a cui il cinema contemporaneo ci ha abituati. Qui non esiste il bisogno continuo di “accadimenti”. Le giornate scorrono lentamente, i personaggi si muovono dentro paesaggi sospesi, e proprio in quella stasi emerge qualcosa di profondamente umano.

Le città di pianura parla infatti di persone incapaci di partire davvero, ma anche incapaci di restare completamente. Non a caso, nelle ultime settimane, il film di Francesco Sossai è diventato uno dei casi più sorprendenti del cinema italiano contemporaneo, trionfando ai David di Donatello 2026 con otto premi, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Originale.
La provincia come spazio emotivo
La pianura del titolo non è soltanto geografica. Diventa una condizione mentale.
Le città attraversate nel film sembrano tutte uguali: zone industriali, parcheggi semi vuoti, bar di paese, strade percorse infinite volte. Luoghi che non vengono mai trasformati in simboli nostalgici o romantici. Al contrario, il film li osserva nella loro normalità quasi consumata.
Ed è proprio qui che trova autenticità. La provincia raccontata non è quella caricaturale del degrado o quella poetizzata del ritorno alle origini. È uno spazio in cui il tempo si dilata, dove le relazioni si trascinano senza esplodere mai davvero, e dove le persone sembrano convivere con una forma costante di incompiutezza. I personaggi parlano poco, ma i loro silenzi sono pieni di cose non dette: fallimenti, desideri interrotti, vite rimaste a metà.
Il cinema dell’attesa
Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui rifiuta la costruzione narrativa classica. Non cerca continuamente svolte drammatiche. Non forza conflitti. Non produce catarsi. Preferisce restare dentro l’attesa.
Le scene spesso sembrano iniziare troppo presto o finire troppo tardi. I dialoghi si interrompono, i tempi morti rimangono visibili, i gesti quotidiani occupano spazio senza essere giustificati narrativamente.

È un cinema che chiede allo spettatore di rallentare. E proprio questa lentezza diventa il suo linguaggio più preciso. Perché il film non vuole raccontare eventi eccezionali, ma quella sensazione molto contemporanea di stare vivendo una vita che non coincide mai del tutto con ciò che si desiderava.
Relazioni che non riescono a definirsi
Al centro del film ci sono soprattutto rapporti umani sospesi. Amicizie, relazioni sentimentali, legami familiari che sembrano incapaci di trovare una forma definitiva. Nessuno riesce davvero a dire ciò che prova. I personaggi si cercano continuamente, ma mantengono sempre una distanza minima, quasi protettiva.
Ed è qui che Le città di pianura diventa profondamente generazionale. Perché racconta persone emotivamente bloccate, incapaci di trasformare i sentimenti in decisioni concrete. Non per freddezza, ma per paura di perdere quel poco equilibrio che ancora possiedono. Molti rapporti nel film sembrano quindi sopravvivere più per abitudine che per reale possibilità di evoluzione. Ma il film non giudica mai questa immobilità. La osserva con delicatezza, quasi riconoscendola come una condizione collettiva contemporanea.
Lo spazio e i corpi
Anche la regia lavora continuamente sulla distanza.
I personaggi vengono spesso ripresi in campi larghi, schiacciati dentro paesaggi vuoti o architetture anonime. I corpi sembrano piccoli rispetto agli spazi che abitano, come se il mondo attorno a loro fosse diventato troppo grande o troppo distante per essere davvero attraversato.
La pianura amplifica questa sensazione. Non ci sono montagne, non ci sono estremi visivi, non esiste verticalità. Tutto resta orizzontale, aperto, infinito e fermo allo stesso tempo. Ed è una scelta che dialoga perfettamente con lo stato emotivo dei personaggi: vite che non precipitano mai, ma che nemmeno riescono a trasformarsi davvero.
Come ci parla Le città di pianura
La forza del film sta nel suo rifiuto di spettacolarizzare le emozioni.
Non cerca grandi monologhi o momenti emotivi costruiti. Lascia che siano gli spazi, i silenzi e i dettagli minimi a produrre senso. Uno sguardo fuori dal finestrino.Una sigaretta fumata senza parlare. Una strada percorsa di notte. Una conversazione che non arriva mai al punto.
È un cinema che lavora per sottrazione. E proprio per questo riesce a risultare estremamente vicino. Perché racconta qualcosa che appartiene a molte persone contemporaneamente: la difficoltà di capire dove andare, come stare nelle relazioni e cosa significhi davvero sentirsi presenti nella propria vita.

Il film non offre risposte. Non chiude davvero nulla. Ma forse è proprio questo il suo punto più forte. Raccontare persone che continuano a vivere anche senza aver capito completamente chi sono diventate.
Un cinema contro l’urgenza
In un panorama audiovisivo dominato dalla velocità, dall’iper-narrazione e dal bisogno costante di attenzione, Le città di pianura sceglie una direzione opposta.
Rallenta.
Osserva.
Lascia spazio al vuoto.
E nel farlo costruisce un film che non vuole impressionare lo spettatore, ma accompagnarlo lentamente dentro una sensazione. Quella di sentirsi sospesi tra il desiderio di cambiare vita e l’impossibilità reale di farlo. Come se esistessero persone che continuano a muoversi ogni giorno, pur essendo ferme da anni nello stesso punto emotivo.
Commenti