Sirāt: Rave, Perdita, Sabbia.
- 27 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Sirāt, attualmente disponibile su MUBI e diretto da Oliver Laxe, non è un film. È un’esperienza. Uno sciame di immagini, suoni e sensazioni che non si limita a raccontare una storia, ma la fa sentire nel corpo dello spettatore, nella sua percezione stessa del mondo e del tempo. È una meditazione sul dolore, sulla ricerca, sulla perdita e su ciò che resta di noi quando tutto sembra crollare. Una macchina cinematografica che ti attraversa come un rave in pieno deserto, ti sconvolge e non ti lascia indifferente.
L’odissea del deserto: trama e simbologia
Il centro narrativo di Sirāt è semplice nella sua superficie: un padre, Luis, e suo figlio Esteban attraversano il deserto marocchino alla ricerca della figlia, Mar - scomparsa durante una rave party nel Sahara meridionale. Guidati da una comunità di ravers che si spostano in un’epica marcia verso sud, il viaggio diventa progressivamente non solo fisico, ma simbolico. In un mondo sfiorato da una guerra globale imminente, l’assenza di Mar si trasforma in una ferita aperta: non solo familiare, ma esistenziale.

Il titolo stesso - Sirāt - richiama la nozione islamica del “percorso” o “ponte” che collega l’umanità alla salvezza o alla condanna, una sorta di prova spirituale attraverso la quale ogni anima deve passare. Senza mai dirlo esplicitamente, il film costruisce una narrativa in cui la ricerca nell’infinito deserto somiglia a un cammino verso quell’equilibrio precario che separa l’ordine dal caos, l’amore dalla disperazione.
Oltre il road movie: visione, suono, trance
Il film non si lascia definire dalle convenzioni dello storytelling tradizionale. La sceneggiatura di Sirāt è minimale, spinta più da immagini potenti e dal suono incessante che da dialoghi o spiegazioni. Le sequenze iniziali, ad esempio, dedicano lunghi minuti a una rave nel deserto, dove il ritmo pulsante e la danza sotto un imponente sound system trasformano la visione in un rito collettivo: un’esperienza che non si guarda solo con gli occhi, ma si sente con tutto il corpo.
Il lavoro sonoro è centrale, grazie alla colonna di Kangding Ray e al design ambientale che fa emergere ogni rumore del paesaggio come parte integrante dell’esperienza. Non è musica di accompagnamento: è architettura.

Il padre, il figlio e l’assenza che diventa destino
La relazione tra Luis ed Esteban non è un elemento secondario: è il cuore pulsante dell’opera. In un mondo che sembra implodere, questi due personaggi restano ancorati l’uno all’altro come a un filo di umanità. Umanità che poi, cesserà di esistere nel film. Speranza che si fa morte. La loro ricerca non è solo fisica, ma un tentativo di recuperare ciò che è stato perso, di ricostruire un senso di famiglia in un contesto in cui la società sembra smarrita.
Il deserto non è solo sfondo: è protagonista. La sua vastità, il suo silenzio, la sua brutalità diventano specchio delle emozioni umane. Ogni duna, ogni tempesta di sabbia, ogni traccia di suono techno è un passo in un territorio in cui il tempo si dilata e il confronto con l’ignoto diventa inevitabile.

Paesaggio apocalittico e coscienza collettiva
Sirāt è una delle opere più audaci degli ultimi anni perché riesce a essere apocalittico senza spettacolarizzazione. Non ci sono esplosioni hollywoodiane, né effetti speciali furiosi: c’è il lento incedere di un mondo che sembra cadere a pezzi, e la reazione umana a questa disgregazione. I rave nel deserto si trasformano in metafora di una generazione alla ricerca di senso in un’epoca di incertezze globali. La presenza di ravers, musicisti, figure marginali che si uniscono al viaggio non è casuale: è un ritratto di comunità che tenta di resistere, di ballare nonostante tutto, di trovare un senso collettivo in mezzo al caos. Solo all'epilogo del film ci rendiamo conto che nulla resiste, nulla rimane: tutto viene distrutto.

Le svolte narrative: shock e simbolismi
Il film non segue una struttura narrativa tradizionale. Piuttosto, è un crescendo di soglie emotive e simboliche. Il percorso attraverso il deserto, i fiumi da attraversare, le migrazioni di persone, e persino gli incidenti traumatici che accadono lungo la strada, assumono un valore quasi rituale.
Questo non è un road movie convenzionale - è un pellegrinaggio. Una prova di resistenza, non solo fisica, ma psicologica e spirituale. Lo spettatore è trasformato da ciò che vede, non soltanto informato. Le immagini non servono a spiegare - servono a far sentire. E spesso ciò che viene sentito supera di gran lunga ciò che viene detto.
Critica, premi e impatto emotivo
Dalla sua prima mondiale al Festival di Cannes del 2025, Sirāt è stato accolto come un evento cinematografico di straordinaria potenza. Ha vinto il Premio del Giuria, ha ottenuto numerose nomination, tra cui due agli Academy Awards - per Miglior Film Internazionale e Miglior Suono - e ha catalizzato reazioni forti e spesso contrastanti tra pubblico e critica ed è attualmente candidato agli Oscar.
Non è un film che si dimentica facilmente. E' una delle esperienze più intense dell’anno: un’opera che ti scuote, ti destabilizza e, in alcuni momenti, ti lascia guardare dentro il tuo proprio senso di smarrimento e connessione.

Sirāt come lente del nostro tempo
La forza di Sirāt non sta nella trama lineare, né nel mistero di una figlia scomparsa. Sta nel modo in cui riesce a tradurre lo stato d’animo di un’epoca di crisi in un’opera visiva e sonora che pulsa come un battito cardiaco accelerato. È un film che parla di perdita, del caos, di ricerca di significato, di fratellanza e di come gli esseri umani rispondono quando il mondo sembra franare sotto i loro piedi.
È un cinema che non chiede di essere capito. Chiede di essere sentito.
L'aspetto che spiazza di questo film è che alla domanda "c'è un senso in questa vita, in questa esistenza?" risponde brutalmente "no".
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