N°7: Pier Paolo Pasolini, l’Eretico della Modernità

“Una forza del Passato” che interroga il Presente.
Giornalista: «la prima domanda sarebbe: che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?»
Regista: «il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo»
Giornalista: «e cosa ne pensa della società italiana?»
Regista: «il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d'Europa»
Il cinismo e l’ironia delle risposte pronunciate da Orson Welles, regista di un film sulla Passione di Cristo e alter ego di Pasolini, sono i toni de La ricotta. Nel terzo episodio di Ro.Go.Pa.G (1963), attraverso la tecnicadei tableaux vivants e gli stilemi del cinema muto, Pasolini non solo interroga il rapporto tra realtà e finzione, ma svolge anche una caustica disamina dei mutamenti antropologici e sociali del suo e del nostro tempo.
Un intellettuale in direzione ostinata e contraria, provocatorio e contraddittorio, eretico marxista e anticlericale cristiano, una «forza del Passato» che, così profondamente attuale, che vi si possa concordare o meno, invita ancora oggi a riflettere.
La scomodità delle tematiche culturali e morali sollevate, lo hanno reso un ideale bersaglio-martire di accanite operazioni censorie. Condanne, processi e assoluzioni hanno segnato la sua vita pubblica e privata. Per tutelare la morale dei minori, La ricotta viene subitamente sequestrato con l’accusa di “vilipendio alla religione di Stato” (abrogata nel 1984) e censurato fino al 1978. Pasolini riceve la condanna a quattro mesi di reclusione.
A essere imputato è un inaccettabile e blasfemo primo piano di Stracci, “interprete” di uno dei due ladroni, eccitato di fronte alla svestizione di una donna. Data l’inesistenza di tale scena, vi sarebbe da interrogarsi sulle motivazioni che hanno guidato lo sguardo dei membri della commissione, reso cieco alla realtà dal moralismo di una sacralità istituzionale a cui sono così devoti.
Piuttosto, come ha riportato Moravia, «molto più giusto sarebbe stato incolpare il regista di aver vilipeso i valori della piccola e media borghesia italiana». Satira dei feticci e degli idoli della società capitalista, il film si rivela in fondo un’indagine critica dei legami tra sacro e profano, cinema e vita.
La fine dell’utopia e l’inizio della religione industriale, crepa padrone tutto va bene!
La trasposizione della tradizione pittorica italiana di Pontormo e Rosso Fiorentino diviene tavola vivente della realtà contemporanea e della sua primitività: l’arte prende vita e si contamina con le sfaccettature dell’esistenza; così l’immagine in movimento - il cinema - come organismo caotico e vitale, dichiarando sé stesso, rivela la recita della vita, sospesa tra realtà e rappresentazione.
Dietro le risate grottesche dei personaggi, maschere degradate della contemporaneità, si celano la terribile vacuità e disperata disillusione di quell’uomo contemporaneo, per dirla con Marcuse, a una dimensione. Un sistema in cui, come critica aspramente e lucidamente il regista interpretato da Orson Welles, eco nichilista di Pasolini, «il produttore del film è anche padrone del giornale».
Dietro le schermaglie dei provvedimenti censori vigono occulti gli intenti di un potere repressivo che, ancora oggi, agendo neanche troppo malcelato, ha gettato la maschera per mostrare un volto del quale si sono dopotutto accettati i lineamenti. Avverso a un realismo nostalgico e piccolo-borghese, la vicenda de La ricotta testimonia un fondamentale passaggio sociale e storico.

Se prima, gli emarginati, nei quali Pasolini rintraccia gli ultimi lasciti di un primitivo cristianesimo, vivevano in un deserto privo di ricchezze, inteso come luogo in cui si possedeva ciò che era necessario all’esistenza; con il sistema neocapitalista, invece, le periferie vengono annesse alla religione industriale della città. Stracci scambia un cagnolino per ottenere un lauto pasto. Rifugiatosi all’interno di una grotta, nell’impossibilità di sottrarsi alla pervasività perversa dello sguardo, viene deriso e umiliato, continuando a ingozzarsi di cibo sino a morirne sulla croce.
La fame, ancora assolutamente presente nell’Italia del miracolo economico, esprime ironicamente la logorante dinamica di un sistema alimentato dal consumismo, insieme alla voracità di occhi sempre vigili e pronti a schernire. Il sottoproletariato urbano entra in una volontaria e deleteria sottomissione, un consumo misurato e inaccessibile: illusorio oggetto di un desiderio che si ritiene di possederenell’arbitrarietà di un consumo, dunque sono. Se sapere è eresia e l’essere umano, come sostiene Spinoza, alla spinta della libertà preferisce le sue dorate catene, quale sguardo offre Pasolini interrogandosi sui lucenti idoli che promettono la rapida via per ottenere felicità e sicurezza?
Un rapido processo giunto fino a noi, prosumer quotidiani di contenuti, sorgente di dati e servitori, forse non ancora pienamente consapevoli, dell’oligarchia algoritmica dei tecnocrati. Continua a reiterarsi e plasmarsi, così, la medesima mostruosità: l’uomo medio delineato da Welles, cioè «un pericoloso delinquente. Conformista! Colonialista! Razzista! Schiavista! Qualunquista!»
La fede dell’essere
Tagli e modifiche confessano l’ipocrisia di un’offesa morale fine a sé stessa: «via i crocifissi» diventa «fare l’altra scena», il Cristo che ride con un altro personaggio viene sostituito, il sovversivo atto rivoluzionario scartato: «povero Stracci crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione» cambia in «povero Stracci! Crepare, non aveva altro modo di ricordarsi che anche lui era vivo».
A ben guardare, però, ciò che è motivo di ostilità tra religione cristiana e marxista è lo stesso aspetto: il postulato fondamentale del Nuovo Testamento - le sacre scritture a cui Pasolini fa riferimento - riguarda il fatto che, come scrive Fromm, «il popolo deve liberare sé stesso da ogni cupidigia e brama di possesso […], e d’altro canto che ogni norma morale positiva ha radici nell’etica dell’essere, del condividere e della solidarietà. Questa posizione etica di fondo si applica sia ai rapporti tra singoli, sia ai rapporti dell’individuo con le cose».
Sottrarsi al disfacimento diviene, allora, un coraggioso processo di scomparsa e disintegrazione, perché sbarazzandosi di ogni forma di possesso, soprattutto quella dell’attaccamento all’io, «tanto minore sarà la paura di morire, dal momento che non ci sarà nulla da perdere».
Nella dissolvenza dei margini, tutto è contemporaneamente realtà e messa in scena. Così, anche quando nel finale le croci vengono issate sul falso calvario, ecco arrivare un manipolo di giornalisti d’assalto e borghesi, accorsi per assistere a quello spettacolo che è la tragedia del reale. L’accadere sconfina nella rappresentazione, mentre il perimetro della cornice s’infrange nell’eccedere di una realtà che si fa sempre più spettacolo. La religione dei fedeli e dei giornalisti, della liturgia e dell’informazione diviene solo un idolo privo di significato.
Il potere delle idee e del cinema di Pasolini è stato in grado di far vibrare e infrangere il suono vuoto delle vecchie credenze. Gli idoli dei valori e della morale occidentali, però, sono rimasti intatti, degenerati e bisognosi di un radicale ripensamento.

Cinema - scrittura e sguardo. L’eredità di Pasolini
L’esergo originario del film: «Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti, infatti, cercheranno di far credere che l’oggetto della mia polemica sono quella Storia e quei Testi di cui essi ipocritamente si ritengono difensori. [...] », denuncia l’ipocrisia dei tutori della morale.
La versione approvata lo definisce, invece, un racconto «dei giudizi interessanti, ambigui, scandalizzati». Dall’opinione («la storia della Passione è la più grande che io conosca») alla prova di realtà empirica («la storia della Passione – che indirettamente, La ricotta rievoca – è per me la più grande che sia mai accaduta»). La censura si insinua nel linguaggio e, ritoccandolo in maniera apparentemente innocua, muta radicalmente il significato delle parole per cambiare la percezione delle cose.
Se, come sosteneva Pasolini, il cinema è lingua scritta della realtà, non esistono parole rivelatrici del proprio oggetto, ma vi è una sottesa realtà. Sono le immagini evocate a ridefinire ogni tentativo di chiarezza e mettere in discussione i significati di un reale che, spacciandosi per veritiero, non può essere colto definitivamente. Un mistero che però, per non scomparire nell’insignificanza, richiede urgente un appiglio alla materia della vita autentica.
Nell’epoca della post-verità, non solo nella rete, ma anche nel linguaggio e nell’etica politica, al pensiero e all’informazione prevalgono suggestioni e propaganda. Silenzio e mezze verità godono, in quello stato di eccezione in cui ci troviamo, impunite e legittimate dai consensi di chi vive nella competizione, nell’antagonismo e, in definitiva, nella paura.
La forza del pensiero eretico di Pasolini non risiede nell’esaustiva ricerca di una risposta, ma nella capacità dimettere in discussione le dinamiche di un mondo e la posizione che noi, spettatori e cittadini, assumiamo in questo. Ciò che andrebbe ricordato e praticato, a partire dall’eredità pasoliniana, è il continuo moto interrogativo e audace di scoprire uno sguardo diverso sulla realtà e la sua immagine, anche quella più amara.
Perché in un mondo in cui la verità è vacante, sempre accogliendo le parole di Pasolini, «niente come un film costringe a guardare le cose».
Fonti e riferimenti bibliografici
Cinecensura. Mostra virtuale permanente promossa dalla Direzione Generale per il Cinema del MIC in collaborazione con la Fondazione CSC - Cineteca Nazionale.
E. Fromm, Avere o essere?, 1977.
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