(NON) APRITE QUELLA PORTA! N°1: Paura di Cosa?
Vivere nel terrore
Dato che ormai Halloween è alle porte, vi chiedo: avete mai pensato attivamente a quante cose ci fanno paura?
C’è chi deve tenere le luci sempre accese perché non si sa mai che il buio nasconda qualcosa di terribile, oppure chi si accolla dieci ore di macchina piuttosto che farsi un paio d’ore in aereo; chi non può proprio sporgersi dal balcone di un quinto piano, o nemmeno farsi una nuotata al largo se il fondale non si vede; chi non riuscirebbe a rimanere più di cinque minuti tra la folla della stazione di Milano Centrale, ma neanche più di cinque secondi stipato dentro a uno sgabuzzino; chi non potrebbe sopportare anche solo la vista di un serpente, oppure (come nel mio caso) di un piccolo e innocuo ragnetto.
E poi ci sono gli aghi, i pagliacci, i fulmini, le malattie, i buchi, gli specchi, i cimiteri, i dentisti, i demoni, i cani, il sesso, la morte... Potrei andare avanti all’infinito. E non scherzo: basta digitare su internet le parole magiche “lista fobie” ed entrare in uno dei tanti siti web proposti per rendersi conto che l’essere umano ha potenzialmente paura di qualsiasi cosa (anche se, diciamocelo: chi è che ha paura dei flauti, o degli ombelichi?). Troveremmo centinaia di fobie corrispondenti a centinaia di sensazioni di paura, ansia o disagio nei confronti di quel particolare oggetto, persona o concetto - anche il più assurdo e inimmaginabile.
Viene allora spontaneo chiedersi: come ha gestito il cinema questo vasto repertorio di timori?

Chiaramente, il candidato perfetto per rispondere è il cinema dell’orrore. Perché se c’è un genere che ha passato la propria storia a cercare nuovi modi per mettere in scena la paura, è proprio l’horror. Eppure, basta guardarlo più da vicino per accorgersi che la paura, al cinema come nella realtà, non ha mai avuto un solo volto.
L’horror è autofobico
È vero, spesso il cinema dell’orrore è percepito come un genere facilmente identificabile. Se in un film vediamo una casa infestata, un bambino posseduto o una donna “zombificata”, difficilmente diremmo di essere davanti a una commedia romantica. Eppure, sulla locandina inglese di Shaun of the Dead (L’alba dei morti dementi, 2004) si può leggere una definizione che sembra contraddirsi da sola: «A Romantic Comedy. With Zombies.»

Questo paradosso, in realtà, ci dice molto sull’horror in quanto genere cinematografico. Perché questo esempio è sì un film di zombie, ma è anche una commedia, una storia d’amore e una satira pungente sul genere stesso. E non si tratta di un caso isolato: Warm Bodies (2013) trasforma l’apocalisse zombie in una commedia romantica; la saga di Scary Movie (2000-) si appropria dei classici codici dell’horror per trasformarli in parodia; il meno conosciuto The Coffe Table (2022) porta invece la commedia nera fino a un punto di non ritorno in cui il grottesco diventa quasi insopportabile, sfociando così nell’orrore. E come non citare Quella casa nel bosco (2011), che assimila tutti questi intricati meccanismi per decidere di mostrarci apertamente cosa succede quando un film horror inizia a “guardare se stesso” (in un’ottica meta-cinematografica).
Insomma, l’horror preferisce di gran lunga “convivere” piuttosto che rimanere da solo: si contamina, si mescola, prende in prestito linguaggi di altri generi e, in casi più estremi, finisce persino per prendersi gioco di se stesso. Ma se in generale i confini tra i generi appaiono così sfumati, perché quelli tra i suoi sottogeneri non dovrebbero essere altrettanto labili?
Il problema delle etichette
Di fronte a una varietà così ampia di timori che affliggono l’essere umano, il cinema horror ha tentato di rispondere diramandosi in un’estesa moltitudine di sottogeneri.
Sembra un processo naturale, persino scontato: se abbiamo paura di tante cose diverse, allora abbiamo bisogno di altrettanti modi di raccontarle. Per certi versi, però, è anche limitante. Del resto, dove finisce un sottogenere e ne comincia un altro? O meglio, esiste un metodo preciso per stabilire dove avviene tale sconfinamento?
Prendiamo uno degli horror più acclamati degli ultimi tempi: The Substance (2024) è un body horror, ma è anche un dramma e un thriller psicologico (oltre a possedere elementi di satira contemporanea); oppure Alta tensione (2003), sempre di un regista francese anche se più di nicchia: certo, è un classico esempio di slasher, ma contiene anche elementi marcatamente gore in grado di inscriverlo nella corrente della New French Extremity (che solo negli ultimi tempi si è distinta come “categoria a sé stante” e meriterebbe un lungo approfondimento a parte).

Perfino il Frankenstein di James Whale (quello del 1931 con l’iconico Boris Karloff), che oggi associamo immediatamente al classico immaginario horror, porta con sé certi elementi gotici e fantascientifici che rendono problematico incasellarlo in una sola categoria. Forse allora il problema non è semplicemente la classificazione. Le etichette non sono inutili, anzi: spesso ci aiutano e risultano indispensabili per orientarci. Il problema è pensare che debbano essere per forza rigide. Nel corso della sua storia, il cinema dell’orrore ha subito le più svariate contaminazioni e ha continuamente ricalibrato i propri codici e spostato i propri confini.
Perciò, in questa rubrica, ho deciso di adottare una soluzione temporanea: mettere il più possibile da parte le etichette più restrittive e provare, in questo modo, a rispondere a una domanda tanto semplice quanto complessa: di cosa abbiamo davvero paura?
L’inquietante è di famiglia
Non ho alcuna pretesa di scandagliare ogni singolo sottogenere dell’horror (anche perché dieci articoli non basterebbero minimamente a offrirne una panoramica esaustiva). L’intenzione non è quindi presentare delle categorie rigide, ma seguire un percorso fluido che porti a confrontarci con alcune «famiglie della paura»: dieci modi diversi attraverso cui il cinema horror ha trasformato qualcosa in una fonte di inquietudine.
Tra l’altro, la parola «famiglia» non è affatto casuale. Tutte le categorie che incontreremo nei prossimi mesi hanno infatti a che fare con qualcosa che, in qualche modo, ci è familiare: il nostro corpo, la nostra casa, i nostri parenti più o meno prossimi... sono cose e persone che conosciamo o che, perlomeno, pensiamo di conoscere. Ed è proprio quando questa familiarità viene meno che i conti cominciano a non tornare. Non è un caso che Sigmund Freud, nel parlare del perturbante, abbia individuato proprio quella particolare sensazione che nasce quando qualcosa di familiare diventa improvvisamente estraneo, inquietante, fuori posto: questo concetto, «che ci rivela un mondo ambiguo e rassicurante insieme, da temere eppure anche di cui fidarsi», è quindi capace di «svelare ciò che c’è di stranamente inquietante proprio nell’ambito del familiare» .
Forse è anche per questo che l’horror riesce a farci paura senza dover necessariamente inventare qualcosa che non abbiamo mai visto prima. Un corpo dovrebbe appartenerci, una casa dovrebbe proteggerci, un bambino dovrebbe essere
innocente... e se improvvisamente non fosse più così? È qui che risiede, a mio avviso, uno dei grandi poteri dell’horror: non tanto nel mostrarci qualcosa di completamente estraneo, quanto nel prendere ciò che conosciamo e costringerci a guardarlo diversamente. Trasformare, insomma, ciò che si conosce in ciò di cui avere paura.
In fondo al corridoio
Dando per assodato che ogni epoca abbia sempre trovato nuovi modi di dare forma alla paura, rimane però un’altra premessa importante da fare: nella storia, a cambiare non è soltanto ciò che ci fa paura, ma il modo in cui il cinema decide di rappresentarlo. Perché il Conte Orlok di Murnau (Nosferatu il vampiro, 1922) è diverso da quello di Herzog (Nosferatu, il principe della notte, 1979), che è a sua volta diverso da quello di Eggers (Nosferatu, 2024)? Perché la possessione della bambina ne L’esorcista di Friedkin (1973) implica una serie di significati del tutto differenti rispetto
a quella dei bambini che incontriamo in Insidious (2010) e in Sinister (2012)? E perché i primi zombie di George A. Romero non sono esattamente gli stessi che abbiamo imparato a conoscere nella serie The Walking Dead (2010-2022)?

Si potrebbero fare molti altri esempi del genere, ma tutto sembra convergere sull’idea che la paura cambia non solo in relazione al mondo che la circonda, ma anche agli strumenti con cui si tenta di rappresentarla. Ecco perché ho convenzionalmente scelto di concentrarmi sul cinema prodotto dal 2000 in poi: non perché il nuovo millennio rappresenti una frattura netta nella storia dell’horror (anzi, diversi esempi dimostrano il contrario); si tratta semplicemente di una data simbolica che permette di focalizzarci su un cinema sufficientemente vicino al nostro presente, in cui nuovi
linguaggi e nuove tecnologie stanno modificando più che mai i modi di raccontare e percepire l’orrore. Attenzione: non è un confine invalicabile! Certi film del passato potranno tornare laddove risulterà necessario (nemmeno in questo caso conviene essere rigidi), anche se generalmente i film che accompagneranno le dieci famiglie saranno figli di questi ultimi venticinque anni.
Ciascun articolo, inoltre, presenterà una sorta di caso studio: un film scelto non perché corrisponda al «rappresentante più puro» di ogni categoria, ma perché possa diventare una lente attraverso cui analizzare significativamente quella particolare paura. Non mi interessa tanto capire quale film sia più adatto a quel determinato sottogenere, quanto scoprire cosa succede quando quella paura prende forma sullo schermo attraverso quel determinato film.
Spoiler: non sarà un elenco esaustivo, né tantomeno una classifica (troverei insensato, in questo caso, prefissarmi di stabilire quale sia la paura più grande, o la più importante). Preferisco immaginarlo come una specie di viaggio, un percorso a tappe. Oppure - per rimanere in contesto orrorifico - un corridoio buio con 10 porte separate, ognuna delle quali permette l’ingresso a una stanza altrettanto buia: l’obiettivo sarà quindi, ogni ultimo venerdì del mese, provare a far luce in ogni stanza.
10 paure, 10 film (o forse di più!), 10 modi di osservare qualcosa che credevamo di conoscere, per poi forse tornare inevitabilmente alla domanda da cui siamo partiti: paura, sì, ma paura di cosa?
A cura di Lorenzo Forma
Per un approfondimento dell’horror in quanto genere cinematografico, si veda Brigid Cherry, Horror, Routledge, 2009, Cap. 1 “The horror genre: form and function”.
Riccardo Strada, Il buio oltre lo schermo. Gli archetipi del cinema di paura, Zephyro Edizioni, 2005, pp. 17-18.
Esistono tantissime proposte valide di classificazione dei generi e sottogeneri del cinema horror. Qui di seguito, a 4 titolo di esempio, riporto Jason Colavito, Knowing Fear. Science, Knowledge and the Development of the Horror Genre,
McFarland & Company, Inc., Publishers, 2008. I curiosi leggano l’introduzione Introduction: From Prometheus to Faust (ma agli appassionati consiglio l’intero libro!).
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