C’è cinema che ti racconta una storia. E poi c’è cinema che ti fa vivere una pulsione: un sogno, un’ossessione, un desiderio il cui ritmo è più veloce di una pallina da ping‑pong. Arrivato in Italia il gennaio 2026, Marty Supreme - attualmente al cinema - è uno di quei film che non si dimenticano appena finisce il titolo di coda.
Siamo appena tornati da Trieste, dove per una settimana il cinema europeo ha parlato forte, chiaro e senza compromessi. Il Trieste Film Festival è molto più di una semplice programmazione di titoli: è un laboratorio di linguaggi e culture, un ponte che collega storie comuni e marginali tra loro e con lo spettatore.
J’ai tué ma mère (Ho ucciso mia madre, 2009), esordio folgorante di Xavier Dolan, si inserisce in questa tradizione con una radicalità rara. Non racconta una famiglia eccezionale, ma una famiglia ordinaria, ed è proprio questa ordinarietà a renderla insopportabile.
Ci sono film che ti guardano dentro prima ancora che tu li guardi. Die My Love, il nuovo dramma di Lynne Ramsay con Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, appartiene a questa categoria: un’opera che non offre consolazione, ma pone davanti a uno specchio.
Ci sono serie che finiscono. E poi ci sono serie che, quando finiscono, lasciano uno spazio che non sai subito come abitare. Stranger Things appartiene a questa seconda categoria.